06 08 2009

 

UNA GRANDE NOTIZIA RENDE GRANDE IL GIORNO:

 

NONNO  PIETRO  HA  MENATO  MUSSOLINI

 

 

 

ANCHE SE NON SEI ENTRATO NELLA STORIA CHE QUALCHE VOLTA E’ MADRE ED ALTRE MATRIGNA

 

NONNO   SEI   GRANDE

 

 


CAPODARCA  PIETRO

 

PADRE DI:               IMPERIO

DURANTE

DANILO

 

NONNO DI:              VALIDO

LUCIANA

MAURILIO

 

BISNONNO DI:       MATTEO ATTILA 

ELIA

 

 

Nonno Pietro era..........

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A me sembrava un gigante. Ho pensato di essere grande il giorno che, per la prima volta, da solo, sono andato dall’Aso fino “là le terre” e, chiamando nonno dicendogli che ero arrivato da solo, mi sono sentito grande quasi quanto lui.

Se solo allora avessi saputo di tanto evento con le cognizioni di oggi mi sarei sentito ancor più piccolo dei novanta centimetri che ero.

 

Nonno era sempre “là le terre” dove spesso dormiva in una capanna all’indiana fatta di canne assiemate da bastoni d’olmo.

Nonna, minuta, ogni mattina andava da Porchia dove c’era l’abitazione fino “là le terre”, il cesto sulla testa senza bisogno di ancorarlo alle mani. Buoni due chilometri giù per la discesa di Monata in un susseguirsi di tornanti a centottanta gradi est-ovest, tutto sassi, buchi e polvere,  irti da stroncare il morale al solo pensiero di doverli ripercorrere, al contrario, nel viaggio di ritorno.

Di fronte, saltato Menocchia, subito dopo la chiesetta della Madonna della Pace, una salita quasi altrettanto ripida e forse più lunga ma meno desolata ed assolata.

Così tutti i giorni, due volte al giorno, col mangiare all’andare ed i prodotti della terra al tornare, avanti ed indietro da quando la memoria mi assiste.

Il mercoledì mercato a Montalto ed era dì di festa.

Pesce fritto a cui nonno non toglieva mai né lische né teste, pane fresco, vino e gasosa.

Non ho mai visto nonna davanti a nonno. Sempre dietro, un po’ per via del passo naturalmente più breve ed un po’ per doveroso rispetto.

Sulla strada che da Porchia porta a Montalto, quando andavamo al mercato, nonno era sempre davanti, dritto ed imponente. Nonna sempre dietro e sempre più distante; io, messaggero, facevo la spola tra i due. Ogni tanto nonno si fermava e, girandosi come avesse improvvisamente qualcosa da dire, aspettava fino a che nonna fosse a due passi; ripartiva, qualche volta annuendo, prima ancora che lo affiancasse.

Quando era “là le terre” spesso l’amico Nagré, dalla strada in alto, lo chiamava: “Pietro! Oh Pietro”. Nonno rispondeva, si salutavano e l’amico se ne andava. In quel periodo ogni tanto mancava qualche pollo o coniglio. Forse la volpe o qualche faina.  Una sera nonno non rispose al solito richiamo “Pietro! Oh Pietro”?. Dopo un po’, scendendo lungo un sentiero, comparve l’amico che, avvicinatosi alla piccionaia, afferrò una mamma alla cova, gli girò il collo e la mise sotto la giacca. Nonno uscì e, con una randellata, lo mise in orizzontale, come una sincope.

Non vedendo segni di ripresa, essendo ormai ora di tornare a casa, se lo mise di traverso sulle spalle e discese fino a Menocchia. Lì lo scaricò. Il giorno dopo non c’era più ed i giorni successivi non mancarono più né polli né conigli.

Una sera, quasi buio, tornava a casa dopo essere stato a caccia di contadinotte. Di fronte, al centro della strada, con aria spavalda, uno di quelli che oggi definiremmo bulli.

Più si avvicinavano e più il bullo gli stringeva il lato libero per costringerlo a cedere il passo in segno di sudditanza.

Nonno, per nulla intimidito non spostò di un nulla il proprio percorso fino a quando, giunto alla distanza del braccio, mollo un cazzotto al viso del bullo e lì lo lasciò. Dicono che, condotto dal medico e spiegato l’accaduto, il dottore, in accento bolognese abbia commentato: “ Ma che casciotto e casciotto (cazzotto), questo è un calcio di mulo”.

Era facile fare regali a nonno; bastava un sigaro toscano ma doveva essere molto nero, bisognava sceglierlo con cura. Lo fumava a rovescio; aveva imparato al fronte durante la guerra; serviva a non farsi vedere dai cecchini che, con la luce della brace avrebbero potuto individuarlo e mirare.

L’ho sempre visto così, quando era certo che fosse acceso, girava il sigaro con la brace in bocca e ricominciava a lavorare, qualsiasi cosa stesse facendo.

 


NONNO VISTO DA VALIDO CAPODARCA (mio fratello)

 

 

QUELLO SCHIAFFO A MUSSOLINI

 

Sull’italiano più raccontato del XX secolo si pensa sia stato detto tutto e che non esistano più angoli della sua biografia nella quale gli storici non abbiano frugato.

Eppure una nuova testimonianza su Benito Mussolini viene improvvisamente ad aggiungersi. A fornircela è Giuseppe Vecchiarelli, nato nel 1924 a Porchia, frazione di Montalto Maeche (AP).

Una vita avventurosissima, quella del Vecchiarelli, raccontata – per quanto riguarda il periodo bellico nel corso del quale era stato un collaborazionista degli Alleati – nel volume “Immagini della memoria storica” pubblicato nel 2003 dal comune di Montalto.

Suo padre era Francesco (Checco) Vecchiarelli, fervente e convinto fascista.

Nonostante ciò Giuseppe, fin da bambino, aveva evidenziato una forte insofferenza e spirito di ribellione nei confronti delle imposizioni del regime e delle camicie nere e, allorché venne chiamato alle armi a cavallo dell’8 settembre 1943, svolse una preziosa ed intensa attività nell’ambito della lotta partigiana, organizzando il rimpatrio di 4000 prigionieri alleati evasi dai campi di concentramento tedeschi dislocati nelle Marche.

Dopo la guerra ha esercitato la professione di restauratore di mobili antichi

Eccellente scultore del legno, ha vinto numerosi premi in ambito nazionale. Oggi vive a Pesaro, insieme alla signora Anna, con la quale ha di recente festeggiato il 55° anniversario di matrimonio.

Dotato di memoria eccezionale, egli conserva vivi moltissimi ricordi della sua fanciullezza. In particolare, egli ricorda le chiacchierate che si svolgevano nella bottega di falegname di suo padre fra il genitore stesso e Pietro Capodarca, nonno paterno di chi scrive questo articolo.

Pietro Capodarca (il mitico “Nonno Pietro”) era nato nel 1891 a Porchia. Dopo aver combattuto per 2 anni nella campagna di Libia del 1911-12 nella specialità dei bersaglieri, era stato richiamato nel 1915 a combattere la prima guerra mondiale sul Carso nell’11° Reggimento Bersaglieri. Conseguiti i gradi di caporale e, subito dopo di caporal maggiore, venne anche ferito in combattimento. Congedato nel 1919, tornò nella sua Porchia. In seguito, svolse per 40 anni l’attività di bracciante agricolo stagionale nella campagna romana. Ritiratosi definitivamente nella sua Porchia, coltivò il suo piccolo terreno fin quasi alla morte, avvenuta a 91 anni nel 1982.

“Nonno Pietro” era dotato di eccezionale forza fisica. Ancora oggi, a 27 anni dalla sua scomparsa, a Porchia si raccontano le sue imprese. Ne ricorderemo alcune.

Una volta, nel corso della trebbiatura, la macchina trebbiatrice, per un cedimento del terreno, stava per rovesciarsi su un fianco. Si racconta che egli, da solo, la puntellasse con le spalle fino all’arrivo degli altri braccianti a raddrizzarla.

Nel corso dell’esecuzione dei lavori per il monumento ai caduti di Porchia, egli scaricava  i sacchi di cemento da 50 kg trasportandone due alla volta, uno sotto ogni braccio.

Una volta per calmare un bulletto del paese, lo afferrò per i pantaloni e la collottola facendolo volare al di là di una siepe alta due metri, ma con una tale naturalezza che uno dei presenti, che aveva visto la scena con la coda dell’occhio, gli domandò perché avesse gettato via…. la giacca.

Ancora a 75 anni egli dissodava il suo terreno con il bidente (tipica zappa a 2 lame), staccando ad ogni colpo zolle di non meno di 30 kg.

A questa forza fisica egli aggiungeva una ancora più salda forza morale, con doti di onestà e correttezza che gli conferivano un carisma naturale tanto che, ogni volta che in paese scoppiava una baruffa, i presenti dicevano subito “Andate a chiamare Pietro”. Il suo solo arrivo bastava a calmare gli animi, anche perché nessuno avrebbe rischiato uno scontro fisico con lui.

Nel citato libro del comune egli viene descritto come “un uomo grande e forte, di una schietta e limpida semplicità, così che nessuno avrebbe mai pensato di fargli del male”.

Egli possedeva quasi solo i vestiti che aveva addosso, e sfamava sé stesso e la famiglia con ciò che ricavava dal frugale campicello che si era comprato con i proventi di 40 anni di bracciante. Nonostante ciò, egli era di una serenità contagiosa: vicino a lui, ci si rendeva conto di quanto fosse bello vivere quando si possiede l’unico bene veramente prezioso: la salute.

C’è da aggiungere che a quei tempi, anche a Porchia come altrove, i dissenzienti venivano rieducati a colpi di manganello e olio di ricino ma, benché fossero note le sue idee politiche, nessuno ebbe mai il coraggio di provarci con nonno Pietro.

Egli si recava dunque spesso nella bottega di Checco vecchierelli, per aggiustare una zappa, farsi fare un rastrello... e, mentre il lavoro veniva eseguito, si svolgevano i colloqui fra il falegname e nonno Pietro, con il primo che cercava di convincere il secondo a prendere la tessera del fascio, colloqui che il bambino Giuseppe registrava nella sua memoria.

“Se potessi – rispondeva nonno Pietro – prenderei invece la tessera del Partito Socialista – ma non me lo posso permettere perché non ho i soldi per pagarla.

Voi non sapete – continuava nonno Pietro – chi è quest’uomo che voi adorate come un dio, ma vedrete dove vi porterà.

Io lo conosco bene perché ho vissuto con lui per parecchio tempo, sul Carso, dormendo in 12 sotto la stessa tenda. Egli era caporal maggiore, comandante di squadra, mentre io ero bersagliere semplice ai suoi ordini.

Egli ci comandava con prepotenza e arroganza: tu mi lavi la camicia, tu i pantaloni, tu mi pulisci le scarpe; tu facevi il barbiere a casa? Vieni qui e fammi i capelli…

Tutti, per paura, si assoggettavano ed esaudivano le sue richieste. Io ero l’unico che non si sottometteva. Egli cercava in tutti i modi, con le minacce e le lusinghe, di costringermi a fargli questi servizi, perché io ogni volta lo ignoravo.

Un giorno mi dichiarò, perfino, di stimarmi perché non ero un pecorone come gli altri, e mi chiese di diventare suo amico.

L’amicizia sarebbe durata poco tempo in quanto, pochi giorni dopo, tornò a ordinarmi di pulirgli le scarpe. Irritato perché io, come sempre, neanche lo stavo a sentire, mi afferrò per un braccio e mi strattonò. Nel sentirmi le sue mani addosso, la mia reazione fu immediata: giratomi di colpo, gli mollai un violento schiaffo in faccia. La sua risposta fu di stupore; guardandomi mentre si massaggiava la guancia indolenzita, mi domandò: “ Ma allora tu fai sul serio?”

Passarono pochi giorni e, alla sua ennesima richiesta, mi sfilai io stesso le scarpe e gliele misi davanti:

-          Bene – gli dissi – io ti pulirò le scarpe, ma solo dopo che tu avrai pulito le mie!

Mussolini non si fece pregare e, preso il necessario, si diede a pulirmi le scarpe.

Quando ebbe finito e me le ebbe riconsegnate io, mantenendo la promessa, pulii le sue. Come le ebbe in mano, ben lucide, egli esclamò esultante:

-          Visto che sono riuscito a farti pulire le mie scarpe?

-          Si – gli risposi – ma è meglio che non racconti in giro che tu prima hai pulito le mie, altrimenti ci perdi la faccia.

Su quella stessa faccia, oltretutto, si vedevano ancora i lividi dello schiaffo che gli avevo dato qualche giorno prima.

Dopo qualche settimana Mussolini venne chiamato a Roma per altri incarichi, ed io, conseguiti i gradi di caporale, gli subentrai al comando della stessa squadra ed il primo ordine che diedi, da comandante, fu:

-Da oggi, ognuno si pulisce le sue scarpe!”   

 

 

 

 

 


DIARIO SU

 

BENITO  MUSSOLINI  E  PIETRO  CAPODARCA

 

 

SCRITTO AUTOGRAFO DI

 

GIUSEPPE VECCHIARELLI